Image description

Prendersi cura di sè, di Scintilla Robina e Norberto Dalmatah, a cura di Marcello Carriero



Con il titolo Curare il curatore nel dicembre 2011 Virginia Zanetti proponeva una serie di ritratti alla Dumas (Madeleine non Alexander, né padre, ne figlio) di noti curatori d’arte contemporanea. La mostra diede vita ad una tavola rotonda a Varese due anni dopo dove i partecipanti erano chiamati a rispondere a diverse domande tra cui una c’interessa in questa sede: Artista-curatore o curatore-artista? Io non metto in dubbio che si possa sovrapporre la figura dell’artista a quella del curatore almeno, per ciò che ricordo, dalle mostre suggerite da Marcel Duchamp in poi. Sto parlando, pertanto, di una pratica d’allestimento che mette in atto un copione secondo un precisa regia della visione, visione che è sia oculare sia concettuale. Titolo e forma sono correlati da un comune intento promozionale, portare alla luce i lavori dell’artista, ma secondo un’interpretazione che ne giustifichi la presenza in un contesto, in un luogo e in un tempo. C’è da dire che da quando il curatore è parte di quello che fu definito nel 1972 “sistema dell’arte” da Alloway allora il suo ruolo è discriminato secondo la logica che regola questo mondo particolare, una figura più o meno tollerata a seconda della manifestazione che presiede, inventa, organizza ossia cura. Nel tempo, almeno in Italia, è nata persino una rivista dal nome Cura che è tutt'altro che un magazine di medicina. Eppure qualcosa di medico c’è nella curatela artistica, non tanto come significato recondito o come sottotesto quanto invece come risultato. L’arte come un corpo curato risulta convalescente. Mi viene in mente lo stato di sublime convalescenza dei decadenti, ma poi, alla luce dei fatti, devo invece optare per la caratteristica debolezza che pervade un corpo curato, in cui la malattia rimane come traccia debilitante che sospende tra stato d’emergenza e ritorno alla vigore precedente il malanno. Così l’arte “curata” esce dall’incoscienza dell’esordio, debilitata e consapevole dei fattori che le nocevano, in un certo senso ridimensionata dal farmaco della mostra e inserita in una casistica di malattie. Scorrendo le carriere degli artisti le mostre curate costituiscono l’anamnesi del paziente, se ha avuto malattie esantematiche, interventi chirurgici, allergie e così via. Sicuramente questa coscienza acquisita del nuovo stato di salute, restituisce all’arte una sicurezza maggiore, ma al tempo stesso riconosce una dipendenza dal curatore, degenera, in alcuni casi, nell’ipocondria per cui ogni opera per essere esposta va curata, diventando un problema, oltre che per il pubblico che ovviamente deve contemplarla, all’artista che la licenzia. 
Come ci sono bravi e cattivi medici ci sono, quindi, bravi e cattivi curatori, alcuni gestiscono cliniche prestigiose che sono i musei e le grandi gallerie, altri operano da liberi professionisti extra moenia. Quest’ultimi si chiamo curatori indipendenti, free lace. È ovvio che la spinta più grande avviene per via delle case farmaceutiche le riviste d’arte, capaci in un certo qual modo di compilare una classifica dei migliori. In questa similitudine c’è chi confonde le acque chi esercita la professione abusivamente destreggiandosi con piratesca disinvoltura nella stereotipata autorità che la figura ha, nel tempo acquisito nel sistema. Questi avventurieri sono sovente degli artisti che cercano di minare il sistema dall’interno sabotando il ruolo del curatore con operazioni fantasiose con cui si burlano di un modo di presentazione del lavoro dell’artista ormai ritenuto obbligatorio. Questi Norberto Dalmata e Scintilla Rubina l’hanno fatto nel 2007 con “As a drop of water on a k-way” un libro in inglese che raccoglie le e-mail e le relazioni relative a un’ipotetica mostra in progress. Questo libro di se è un libro d’arte, di artisti, ma anche un libro di medicina, anzi direi più di farmacologia. 

In conclusione, al di là di questa similitudine tra cura artistica e medica, l’atto di curare i curatori più che all’operazione della Zanetti va ricondotto al concetto espresso dal sociologo francese Edgar Morin in Educare gli educatori. In un piccolo ma non per questo poco importante libretto uscito nel ‘99, Morin rispondeva alle domande di Antonella Marini segnando la prospettiva didattica del nuovo millennio, certo non si sarebbe mai pensato a quella data che il terrorismo globalizzato avrebbe caratterizzato così profondamente il secolo entrante. La generazione di insegnanti auspicata dal sociologo è auspicabile anche per l’arte contemporanea. Curare i curatori, significa pertanto rispondere alla questione marxiana “ chi cura chi” ciò a dire che prima di rivedere nella cura un atto critico andrebbe rivista la critica, ossia la mediazione tra atto interpretativo e realtà materiale dell’opera, mediazione capace di compattare il discorso dell’arte con il discorso “sull’arte”.

Image description
Image description
Image description
Image description